Le scienziate al tempo della pandemia da coronavirus Covid-19

In questi giorni di crisi dovuta alla pandemia da coronavirus Covid-19 sentiamo parlare eminenti biologi, virologi, dottori, per la maggior parte dei casi tutti uomini. Ma le donne? Non ci sono donne esperte nel campo della virologia? Della biologia?

In Italia il centro di cura e ricerca delle malattie infettive di riferimento a livello nazionale è l’Istituto Lazzaro Spallanzani di Roma. In questo ospedale sono stati ricoverati i primi due casi individuati in Italia di pazienti affetti da Covid-19 e sono bastati soltanto due giorni al gruppo di ricerca per isolare il profilo genetico del SARS-CoV-2 (nome del betacoronavirus che sviluppa la malattia denominata Covid-19) e metterlo a disposizione della comunità scientifica. Un team di ricerca tutto al femminile: la professoressa Concetta Castilletti, la dottoressa Maria Rosaria Capobianchi e la ricercatrice (all’epoca con contratto a tempo determinato) Francesca Colavita. Tre donne. Questo team ha isolato la versione originale del betacoronavirus, quello cinese. Il giorno dopo al Sacco di Milano, un altro team a guida femminile, dall’immunologa Claudia Ballotta, ha isolato la versione italiana del virus.

Le donne ci sono e sono determinanti in questa emergenza.

Eppure sembrano quasi personaggi evanescenti, fiabeschi, i loro nomi appaiono sulle pagine dei giornali e dei media il tempo di un caffè, e destinati poi all’oblio.

È davvero così?

Purtroppo è la storia che ce lo rileva. Guardiamo cosa è successo proprio all’Istituto Spallanzani (in sigla INMI), lo stesso del team femminile che ha isolato il betacoronavirus SARS-Cov-2. Nel 2018, in occasione degli 80 anni dalla nascita dell’INMI è stato commissionato un murales lungo i 270 metri del muro dell’ospedale. I tre artisti, ispirati dal seguente messaggio “Lessons from the Past, Challenges for the Future” (lezioni dal passato, sfide per il futuro), hanno raffigurato i volti di 13 scienziati, per celebrare i grandi uomini che hanno scritto la storia della ricerca sulle malattie infettive. Una “hall of fame” della scienza tutta al maschile. Ma dove sono le donne? E dire che il lavoro è stato commissionato da una donna, il direttore generale dell’ospedale Spallanzani Marta Branca. È possibile che nella storia delle malattie infettive non ci sia stata alcuna donna che abbia fatto ricerche importanti? Nessuna che abbia il diritto di essere raffigurata sulla hall of fame?

Non è così.

Dorothy Crowfoot Hodgkin, biochimica inglese pioniera nella tecnica della cristallografia a raggi X. Nasce a Il Cairo nel 1910. Sua madre, Grace Mary Hood, era un’archeologa e il padre John Winter Crowfoot era un “funzionario dell’Impero”, anch’egli archeologo. Crowfoot Hodgkin da bambina aiuta negli scavi archeologici e poi precocemente, a soli 10 anni si interessa di mineralogia e chimica. Si laurea nel 1932 in chimica ad Oxford e nel 1937 ottiene il dottorato di ricerca in chimica a Cambridge. Il suo progetto di ricerca riguardava la cristallografia a raggi X e la chimica degli steroli. Attraverso questa tecnica scopre la struttura tridimensionale del colesterolo, insulina e penicillina e della vitamina B12. Gli studi sulla penicillina furono fondamentali per la progettazione e sintesi di altri antibiotici, indispensabili per la cura delle malattie infettive. Grazie ai suoi studi, soprattutto quelli volti all’identificazione della struttura della vitamina B12, nel 1964 vince il Nobel per la chimica.

Eppure non è raffigurata nella hall of fame.

Gertrude Belle Elion, farmacologa e biochimica statunitense. Nata a New York nel 1918 ha vinto il Nobel per la medicina nel 1988 insieme a James Whyte Black e George H. Hitchings per lo sviluppo di numerose terapie farmacologiche. In particolare è grazie ai suoi studi che è stato prodotto il primo farmaco contro l’AIDS, AZT, e l’aciclovir, primo farmaco antivirale contro l’infezione da herpes.

Eppure non è raffigurata nella hall of fame.

E per fare un ponte con il presente, l’immunologa francese Françoise Barré-Sinoussi che ha identificato ed isolato il virus dell’immunodeficienza umana (HIV) che è la causa dell’AIDS. E per tale scoperta ha ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 2008 con Luc Montagnier.

Eppure non è raffigurata nella hall of fame.

Questi sono solo alcuni esempi e, oggi in piena emergenza mondiale, ci rendiamo conto che il nostro progetto è più che mai indispensabile per non rendere le nostre scienziate personaggi da ricordare solo per il tempo di un caffè.

2 thoughts on “Le scienziate al tempo della pandemia da coronavirus Covid-19”

  1. Annamaria Nassisi

    La storia continua. Il comitato Tecnico Scientifico per l’Emergenza Covid-19 è costituito da tutti uomini. Possibile che in Italia non abbiamo donne qualificate per poter partecipare a un comitato che deciderà della nostra vita? siamo come al solito un modndo con uomini e donne ma al comando ci sono sempre solo uomini. Che futuro ci aspetterà?

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